Queste sono le nostre polpette del cuore, a casa le chiamiamo schnitzel, ma non sono certo delle cotolette, in più sono speziate come un goulash triestino. Sono polpette meticce come la terra da cui proveniamo, e la nostra nonna dagli occhi verdi e il cuore imbrigliato al vaporetto che da Zara portava all’altra sponda dell’Adriatico ce le preparava per insegnarci che nulla di davvero importante è mai perduto. Basta saperne cucinare molto bene il ricordo tre volte al giorno: colazione, pranzo e cena.
Erano grandi le manovre nella piccola cucina di Nonna Maria, separata dal tinello con una tendina dal bordo rosa a righe bianche e blu, la stessa stoffa del suo grembiule. Matasse di tagliolini a riposare, un coccio che brontolava sul fuoco e una torta sempre in forno perché la guerra era finita e si celebrava ogni nuovo giorno anche se lontani da casa.
Noi nipoti eravamo attratte forte dai tesori della dispensa: lo zucchero chiuso con lo spago salvato dal cartoccio della spesa, i pinoli e l’uvetta per lo strudel, il cacao amaro per la ricotta che farciva le palacinche e quei quadratini sfusi di cioccolato scuro e lucido che risplendevano come gemme preziose.
Se eri molto ma molto brava, tipo la nipotina con le treccine più ordinate da Porta Romana a Corso Lodi, te ne guadagnavi un angolo tagliato con il coltellino seghettato e potevi pure tirare su con l’indice le minuscole scaglie perdute sul tagliere. Un giorno toccava alla sorella grande, il giorno dopo alla piccola, indipendentemente da come ci eravamo comportate.
Quando Zàini ci ha chiesto di raccontare il valore che possiede per noi il cioccolato, è a quelle bambine e alla loro nonna che il pensiero è subito volato.