C’è un passaggio di Heartburn, il romanzo quasi-autobiografico di Nora Ephron in cui il cibo si intreccia alle relazioni, che ho sottolineato fino quasi a bucare le pagine.
Attraverso le parole di Rachel, la sua alter ego e protagonista della storia, Ephron sostiene che la cucina non è fatta di guizzo e ispirazione, ma si basa su principi elementari e solidi: e così, dopo una giornata pesante, troviamo conforto nella certezza che mescolare determinati ingredienti, con un determinato procedimento, a una certa temperatura, produrrà inequivocabilmente un certo risultato. “It’s a sure thing in a world where nothing is sure”, è una certezza in un mondo senza certezze.
Ed ecco spiegato in poche parole perché, da persona che ha sempre vissuto fianco a fianco con l’ansia, ho iniziato a cucinare. E perché è una cosa che amo così tanto che ne ho fatto un lavoro. La creatività c’entra fino a un certo punto, anche se in fondo cucinare è un modo per dare forma e struttura al caos, per placare certi pensieri vorticosi e farne qualcosa di buono (in tutti i sensi), per me e per gli altri.
Ecco anche perché la cucina è un incastro perfetto con l’organizzazione, che è un altro modo per trovare armonia quando tutto sembra fuori posto, o quando mancano i punti di riferimento.
Il cibo come conforto, e come certezza, è il tema che ho voluto esplorare quando @zaini.1913 mi ha chiesto di raccontare qualcosa di importante per me e per la mia storia, e di tradurlo con una ricetta che confluirà in uno speciale ricettario.
Ho deciso di preparare un budino al cioccolato senza uova, senza glutine e senza lattosio, una ricetta semplicissima con ingredienti da dispensa: il classico sweet fix da mangiare a cucchiaiate a fine giornata, o a merenda per riprendersi le cose belle dell’infanzia.
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