Piove, piove forte, Firenze 2001.
Sono senza ombrello e fa un gran freddo, ho un colbacco preso in un negozietto proprio oggi, Andrea indossa il suo buffo cappello di lana.
Ci guardiamo, è il nostro primo viaggio insieme, siamo felici e anche infreddoliti. Che si fa? Troppo presto per cenare, troppo tardi per fare merenda. Io guardo in giro, generalmente faccio le mie scelte così, a sensazione, lui è più analitico.
Tira fuori dalla tasca della giacca un plico di fogli stampati e mal piegati, legge. Si era stampato consigli di ristoranti, bar, cose da vedere, altre da fare. Potremmo andare lì, mi dice. Lì dove? Lo guardo perplessa. Dove indica vedo solo un portone, grande, interessante, imponente, ma solo un portone.
Mi prende la mano e costeggiando il muro, approfittando dei tetti, arriviamo davanti. È aperto, basta spingere. Una piccola targa, con i segni del tempo, recita: Dimora. Per il corpo e per l’anima. I miei occhi si illuminano. è l’effetto che la meraviglia fa su di me.
Dal cortile si sale, si vede una vetrata e dentro divanetti e tavolini, tutti diversi, ma così elegantemente ben assortiti. Entriamo, mi guardo attorno. Tesa, a bocca aperta, sul bancone c’è un’infilata di cubetti di cioccolato. Ci sediamo, sono già felice.
Le luci basse, la pioggia rimbalza sulle foglie delle piante in cortile. Arriva un signore, cortese, determinato, simpatico. «Faccio io?» dice. Ci fidiamo. E ci porta una selezione di cioccolate da assaggiare, con un vino liquoroso da bere. Un momento magico e memorabile. Mi ride il cuore. Mi sento anche più innamorata. Quanto bene all’anima. Un luogo accogliente.
Assaporando cioccolato, sentendolo avvolgere ogni papilla gustativa, rotolando in bocca. Sento ancora la sensazione viva di calore di quel luogo, la vista di quella selezione di cioccolato è ancora viva alla mia memoria. Non troppo dolce, il mio preferito. Curiosa bambina, la mia memoria riaffiorata dal mio cuore.
Mi sembra di sentirne il profumo.